Sex and the City

“Sex and the City” è un fatto apposta essenzialmente rivolto alle femmine che attraversano una fase più o meno adolescenziale della propria esistenza. Tale stato mentale è segnato da una serpeggiante quanto intima speranza in una simbolica metamorfosi in mantide, entità sibillina in grado di accappottare ogni esemplare di sesso opposto in cui si imbatte.
Questa grande americanata di sceneggiato gioca moltissimo sul sentimento di immedesimazione della spettatrice media: viene attuata una scomposizione in quattro parti dell’intero canone femminile.
Le manie di protagonismo con pretenziosità critico-introspettive vedono una personificazione in Carrie, giornalista scauzacani di Vogue, con la passione per le Manolo Blahnik, che sogna intimamente l’altare ma non lo fa intuire per non tradire la sua volontà di emancipazione.
La viziosa Samantha, mediante una deprecabile condotta, porta alla luce gli oscuri pensieri delle spettatrici che zitte zitte le riconoscono una specie di ruolo messianico.
Miranda dai capelli rossi, avvocatessa in carriera, rappresenta le ambizioni professionali: fa immaginare una realtà spazio-temporale in cui il ferro da stiro sui cazettielli viene fatto scivolare da terzi.
Infine abbiamo Charlotte la gallerista, angelo del focolare, che sta a Samantha come l’apollineo sta al dionisiaco, in una sorta di inconciliabile dualismo nietzschiano.
Tutte e quattro campano a Manhattan e si frusciano renari in vivande, bevande e beni di lusso vari ed eventuali, raccontandosi vicendevolmente i fatti loro in una ciclicità di situazioni che si ripetono come il Natale ogni anno.

Sì sì, Manhattan ‘u cazzo.