Cavernicoli

Il primo uomo si è addormentato per la prima volta perché era troppo stanco per continuare a camminare. Quando ha sognato per la prima volta ha visto nient’altro che la vegetazione del suo tempo. La prima volta che ha mangiato, non lo ha fatto pensando alle dottrine nutrizioniste, tantomeno alla linea fisica. Quando ha seguito la prima donna, non vi è stato né matrimonio civile né religioso ed ha dato origine alla propria discendenza senza porsi problematiche anticoncezionali: la prole del primo uomo ha dormito, sognato, mangiato e formato nuovi nuclei familiari seguendo le sue stesse metodologie. Ai tempi dei primi uomini la famiglia era di tipo patriarcale, non pranzavano insieme soltanto alla Domenica; anzi, i giorni della settimana non esistevano ancora. Non esistevano neanche le scansioni mensili ed annuali: quelle giornaliere erano date soltanto dalla luce e dal buio. La generazione preistorica si cibava perché era appena stata uccisa qualche bestia primordiale, le cui carni venivano assunte crude. I primi uomini fagocitavano cibi crudi senza curarsi della toxoplasmosi; poi scoprirono il fuoco ed empiricamente avevano anche imparato come funziona la combustione. Non si preoccupavano di dare un senso alla propria esistenza e non avevano ancora partorito Dio. Non avevano ombrelli e gli unici box doccia in loro possesso erano gli spazi aperti congiunti alle piogge torrenziali; per non parlare delle insesistenti vasche da bagno rimpiazzate dagli acquitrini paludosi. L’idea della Jacuzzi non passava loro neanche per l’anticamera del cervello – in via d’espansione, soprattutto quello. Essendo sprovvisti di mezzi di trasporto, si vedevano costretti ad utilizzare gli arti inferiori per poter percorrere anche decine e decine di chilometri quadrati: non vi erano estetisti e neanche remote possibilità di pedicure. Gli unici apporti musicali erano quelli della musica old age, della quale la new age costituisce soltanto un meschino e spocchioso rimando. Avevano iniziato a colonizzare tutto il globo e la percorrenza, seppur su corpo sferico, non provocava malessere fisico alcuno. Anche se avessero sofferto di emicrania, non avrebbero potuto assumere Novalgina in gocce. Ad ogni modo, avevano già inventato la medicina alternativa.

(Luglio 2007)

Oriana Fallaci aveva ragione

Un giorno, trovai una lettera senza mittente nella cassetta. Riportava solo un timbro postale poco leggibile, “2001” a parte. La aprii e c’era scritto così:

ATTENZIONE!!! POTREBBE CONTENERE ANTRACE, MA COMPLIMENTI LO STESSO: LEI HA VINTO UNA MOUNTAIN BIKE CON CAMBIO SHIMANO, PASSI SUBITO A RITIRARLA!

Girai il foglio, trovai un indirizzo e continuavo a non comprendere affatto; ben presto, però, il gradevole sapore di una vittoria tanto gratuita quanto inaspettata soppiantò il mio terrore nei confronti delle biciclette. In preda all’euforia, mi armai di coraggio e mi presentai, il giorno dopo, presso il luogo indicato. Mi trovai di fronte a un cancello: la portinaia disse di non saperne nulla e mi indicò un accesso poco distante.

Arrivai alla porta, la aprii e vi trovai una donna con un burqa su una sedia; guardai meglio, mi accorsi che era legata e, dal sinistro bofonchio con il quale tentava disperatamente di esprimersi e cercare aiuto, capii che fosse addirittura imbavagliata. Immediatamente, le tolsi il nastro isolante dai polsi, così che potesse liberarsi anche dello strofinaccio che aveva sulla bocca. Ha iniziato a parlare freneticamente a mo’ di ringraziamento, ma non capii nulla, colsi solo un “INCH’ALLAH”. Indicò un punto dietro di me e vidi una vecchia scrivania con un cassetto, in cui trovai un bigliettino con su scritto:

ORIANA FALLACI AVEVA RAGIONE

Perplessa, provai a chiederle cosa significasse tutto quello, ma lei non rispose affatto e fuggì via salutandomi, veloce come una saetta. La persi di vista in un istante e, senza altri interrogativi, mi richiusi la porta alle spalle e mi diressi nuovamente al cancello. Ebbi cura di non parlare alla portinaia di quanto accaduto poc’anzi con la donna rapita, ma neppure mi fece domande in merito. Dopo una serie di tentennamenti, messa alle strette, mi disse che in realtà il premio era già stato riscattato e che però intendeva assegnarmene un altro di consolazione; le risposi di non preoccuparsi, ché io manco la volevo davvero quella bici e che non avevo partecipato a concorso alcuno.

Lei, però, insistette e tirò fuori il mio contentino: un ceppo di coltelli Miracle Blade. Mi invitò a trattenermi ancora un attimo, perché assistessi alla sua dimostrazione: si tolse via la faccia, che in realtà era una maschera, chiedendomi di riconoscerla. Non riuscivo assolutamente a ricordare chi fosse e, alquanto innervosita, mi diede dell’ignorante, dichiarando di essere Oriana Fallaci in persona. Mi domandò se volessi un caffè o qualcos’altro da bere, ma ho declinato, per poi dirle di sì nel momento in cui mi chiedette se fossi pronta ad assistere alla sua performance. Mi puntò allora il coltello da pane contro e mi fece fuggire via: smise di inseguirmi quasi subito e, ad un certo punto, urlò “ALLAH AKBAR”, si puntò la lama al ventre e si esibì in un terrificante harakiri.

Fuggii in preda al panico e, dalla fermata poco distante da lì, saltai sul primo autobus.

Tutta colpa di Maometto

A prescindere dal grado di conoscenza che ognuno di noi può avere o non avere affatto del fenomeno Isis, le più grandi impennate dell’islamofobia diffusa in Occidente sono state chiaramente provocate dagli attentati recenti di cui tutti abbiamo memoria: basti pensare alla caduta delle Torri Gemelle e alle esplosioni nei treni a Madrid e a Londra. Da un anno a questa parte, però, tutto sembra essersi concentrato in Francia, a Parigi: con la carneficina alla redazione di Charlie Hebdo prima e la mattanza di ieri sera in luoghi che ognuno di noi abitualmente frequenterebbe, come un bar, uno stadio e/o una sala di concerti, è comprensibile che la vecchietta parigina di turno abbia paura di morire sparata ed accasciata su un carrello della spesa nella stessa identica misura in cui l’immigrato arabo, che Hollande avrà senz’altro magnanimamente accolto, teme di essere fermato in un vicolo e picchiato brutalmente da qualche orda di giustizieri locali. Aggiungiamo a tutto questo un vivace contorno di imbecilli di nazionalità varia ed eventuale, che non aspettavano altro che motivi e fatti visibili agli occhi di tutti, per alimentare e giustificare la xenofobia propria e altrui, e vediamo come va a finire: che le frontiere vengano chiuse oppure no, non resta che prendere atto della condizione per la quale l’essere dei civili, ignari di tutto ciò che accade ai vertici del mondo, significa essere già parte attiva ed inconsapevole di una guerra che non si vede e di cui non si conoscono né le parti, né i mandanti e neppure le cause che l’hanno innescata.

La rivolta delle luminarie

luciartNovembre arrivò che l’autunno era già andato via e forse non c’era mai stato. Si stava già avvicinando il Natale e le strade si riempirono di luci a led assemblate variamente, nei colori e nelle forme più disparate. Le luminarie a lampadine vecchie non erano più buone, neppure per le processioni del santo: erano state messe nei depositi a raccogliere la polvere, i calcinacci la e segatura dei pali cui venivano appese fino a qualche anno prima, che i tarli continuavano a corrodere. Qualche stella cometa era stata finanche privata della coda, per fare spazio ai più scenografici ed innovativi congegni nuovi; l’orrenda serie di mutilazioni destò però l’indignazione di pochi, facendo quindi tornare in auge soltanto un timido dibattito sull’atroce pratica dell’infibulazione femminile, perpetrata da secoli nei paesi del Terzo Mondo.

Nelle vetrine del corso erano già state fatte appendere, ai fili trasparenti, le palle in vetro di Murano con le natività stilizzate al loro interno; a qualche commerciante caddero addirittura, finendo in mille frantumi sul pavimento tirato a lucido. La città iniziò a riempirsi di persone già viste, sia l’anno precedente che due anni prima, giunte lì alla disperata ricerca del Giardino dell’Eden, nella piazza con i cavalli di bronzo, esattamente come aveva loro indicato l’Altissimo sulle brochure dispensate gentilmente da elegantissime signorine in tacchi a spillo. In quel luogo, marcato con il segnaposto più grande di tutti, sbocciavano delle violette grandi come dobermann, che potevano diventare anche rosse o blu a pois gialli, a seconda della quantità di luce solare che riuscivano a catturare durante le ore diurne e a restituire dopo il tramonto.

L’esercito degli gnomi iridescenti continuava a vigilare impeccabilmente su quell’assurdo campionario floro-faunistico, più delirante e surreale del Carnevale di Rio dell’ottantadue. Da tempo, però, qualcosa serpeggiava tra le frasche illuminate: nessuno avrebbe mai lontanamente immaginato che queste piccole entità magiche si radunassero segretissimamente, ogni notte, per organizzare nei minimi dettagli un ammutinamento con i fiocchi. Dopo anni di onorato servizio, gli gnomi erano ormai stanchi e non ne potevano più, di cambiare colore ogni mezz’ora per dare gioia a tutti quei fastidiosissimi sguardi indiscreti; avevano ormai il terrore delle messe a fuoco e dei flash degli smartphone, per non parlare della violenza cui venivano sottoposti dai teppistelli che ogni tanto tiravano loro i calci, mentre le mamme erano intente a controllare i messaggi su Tinder.

Dopo lunghissime discettazioni, si arrivò dunque ad un’elaborazione più o meno definitiva del loro piano: avrebbero convolto un po’ tutti i loro compagni di sventura, dai pinguini del lungomare alle principesse Disney della piazzetta accanto. Fu steso nel giro di una settimana un pamphlet in cui vennero spiegate chiaramente le ragioni della protesta, introducendo slogan come “BASTA MERCIFICAZIONE”, “NO ALLA STRUMENTALIZZAZIONE” e “LIBER* TUTT*” per renderne più immediata la comprensione e facilitare così la diffusione del loro verbo. Passarono quindi degli altri giorni e, intanto, gli impavidi ometti agirono senza dare nell’occhio: a turno, si allontanavano a gruppetti dal Giardino per fare propaganda e sobillare il prossimo, finché tutte le concertazioni non furono compiute.

Quando finalmente arrivò il giorno stabilito, quello della sommossa, non restò loro che aspettare il tramonto per colpire. Ad innescare la prima scintilla, pensò il mastodontico albero di Natale, che si stagliava nella piazza principale: si lasciò cadere, insieme alle lettere piene di porporina che gli avevano appeso addosso, e per primo si sacrificò eroicamente per la causa. Stese sotto di sé almeno una quindicina di persone; di una signora, in particolare, non restò che un’unghia finta a fantasia animalier, che – dato l’impatto fortissimo – sprizzò via come una scheggia, piantandosi come una lama sulla natica di una delle renne di fronte. A quel punto, il gregge iniziò subito a rincorrere la folla, già in fuga e nel panico totale, e far scorrere sangue a fiotti con le incornate durissime, non avendo pietà neppure per i bambini, mentre i Babbi Natale scendevano dalle slitte e iniziavano a percuotere brutalmente con i sacchi tutti coloro che incrociavano lungo il loro cammino. Si animarono anche i cavalli, che iniziarono a strepitare violentemente, mentre i cigni, con beccate dilanianti, infierivano sui corpi a terra. Deflagrarono tutti gli archi e le lanterne appese, mentre le luminarie pendenti diventarono delle affilatissime spade di Damocle, che decapitavano e sfondavano crani vari ed eventuali, senza scrupolo alcuno. Le principesse intanto portavano morte e distruzione dalla mefistofelica carrozza di Cenerentola, macinando ossa e tendini, mentre si erano svegliate anche le balene, le meduse e le piovre dell’Acquario Fatato; qualche fortunato visitatore, irreversibilmente traumatizzato, riuscì a mettersi in salvo e a tornare a casa propria. Gli angeli si innalzarono ai cieli che erano diventati ormai figli di Satana: misero in moto le stelle, i satelliti e i pianeti di Piazzetta Universo fino a farli cadere e rotolare, per poter avere un distruttivo effetto slavina e scacciare così dalla città anche gli ultimi superstiti.

All’appello mancava, però, ancora l’Altissimo: a lui pensarono gli gnomi, a cavallo dei pavoni, aiutati dai forzutissimi pinguini che riuscirono addirittura a portarsi appresso un pezzo di scogliera, spingendo i massi sulle slitte dei Babbi Natale di cui sopra, che non erano più passati a riprenderle. La allegra masnada raggiunse il Castello, ne sfondò le mura con una catapulta e per l’Altissimo non ci fu più scampo: aveva appena messo il puntale all’abete e fu, senza troppi convenevoli, assassinato con tutta la famiglia a colpi d’ascia. Gli sventurati morirono con l’incredulità negli occhi, perché nessuno di loro si sarebbe mai aspettato di trovar in casa un così variopinto plotone d’esecuzione.

Fuori, invece, continuavano ad aprirsi enormi voragini nell’asfalto, mentre il drago rosso e verde aveva appena finito di mozzare teste come se non ci fosse stato un domani e, in effetti, un domani non ci fu: la città, lastricata di cadaveri, divenne finalmente silenziosa e non restò altro che continuare ad attendere il miracolo della Nascita.