La rivolta delle luminarie

luciartNovembre arrivò che l’autunno era già andato via e forse non c’era mai stato. Si stava già avvicinando il Natale e le strade si riempirono di luci a led assemblate variamente, nei colori e nelle forme più disparate. Le luminarie a lampadine vecchie non erano più buone, neppure per le processioni del santo: erano state messe nei depositi a raccogliere la polvere, i calcinacci la e segatura dei pali cui venivano appese fino a qualche anno prima, che i tarli continuavano a corrodere. Qualche stella cometa era stata finanche privata della coda, per fare spazio ai più scenografici ed innovativi congegni nuovi; l’orrenda serie di mutilazioni destò però l’indignazione di pochi, facendo quindi tornare in auge soltanto un timido dibattito sull’atroce pratica dell’infibulazione femminile, perpetrata da secoli nei paesi del Terzo Mondo.

Nelle vetrine del corso erano già state fatte appendere, ai fili trasparenti, le palle in vetro di Murano con le natività stilizzate al loro interno; a qualche commerciante caddero addirittura, finendo in mille frantumi sul pavimento tirato a lucido. La città iniziò a riempirsi di persone già viste, sia l’anno precedente che due anni prima, giunte lì alla disperata ricerca del Giardino dell’Eden, nella piazza con i cavalli di bronzo, esattamente come aveva loro indicato l’Altissimo sulle brochure dispensate gentilmente da elegantissime signorine in tacchi a spillo. In quel luogo, marcato con il segnaposto più grande di tutti, sbocciavano delle violette grandi come dobermann, che potevano diventare anche rosse o blu a pois gialli, a seconda della quantità di luce solare che riuscivano a catturare durante le ore diurne e a restituire dopo il tramonto.

L’esercito degli gnomi iridescenti continuava a vigilare impeccabilmente su quell’assurdo campionario floro-faunistico, più delirante e surreale del Carnevale di Rio dell’ottantadue. Da tempo, però, qualcosa serpeggiava tra le frasche illuminate: nessuno avrebbe mai lontanamente immaginato che queste piccole entità magiche si radunassero segretissimamente, ogni notte, per organizzare nei minimi dettagli un ammutinamento con i fiocchi. Dopo anni di onorato servizio, gli gnomi erano ormai stanchi e non ne potevano più, di cambiare colore ogni mezz’ora per dare gioia a tutti quei fastidiosissimi sguardi indiscreti; avevano ormai il terrore delle messe a fuoco e dei flash degli smartphone, per non parlare della violenza cui venivano sottoposti dai teppistelli che ogni tanto tiravano loro i calci, mentre le mamme erano intente a controllare i messaggi su Tinder.

Dopo lunghissime discettazioni, si arrivò dunque ad un’elaborazione più o meno definitiva del loro piano: avrebbero convolto un po’ tutti i loro compagni di sventura, dai pinguini del lungomare alle principesse Disney della piazzetta accanto. Fu steso nel giro di una settimana un pamphlet in cui vennero spiegate chiaramente le ragioni della protesta, introducendo slogan come “BASTA MERCIFICAZIONE”, “NO ALLA STRUMENTALIZZAZIONE” e “LIBER* TUTT*” per renderne più immediata la comprensione e facilitare così la diffusione del loro verbo. Passarono quindi degli altri giorni e, intanto, gli impavidi ometti agirono senza dare nell’occhio: a turno, si allontanavano a gruppetti dal Giardino per fare propaganda e sobillare il prossimo, finché tutte le concertazioni non furono compiute.

Quando finalmente arrivò il giorno stabilito, quello della sommossa, non restò loro che aspettare il tramonto per colpire. Ad innescare la prima scintilla, pensò il mastodontico albero di Natale, che si stagliava nella piazza principale: si lasciò cadere, insieme alle lettere piene di porporina che gli avevano appeso addosso, e per primo si sacrificò eroicamente per la causa. Stese sotto di sé almeno una quindicina di persone; di una signora, in particolare, non restò che un’unghia finta a fantasia animalier, che – dato l’impatto fortissimo – sprizzò via come una scheggia, piantandosi come una lama sulla natica di una delle renne di fronte. A quel punto, il gregge iniziò subito a rincorrere la folla, già in fuga e nel panico totale, e far scorrere sangue a fiotti con le incornate durissime, non avendo pietà neppure per i bambini, mentre i Babbi Natale scendevano dalle slitte e iniziavano a percuotere brutalmente con i sacchi tutti coloro che incrociavano lungo il loro cammino. Si animarono anche i cavalli, che iniziarono a strepitare violentemente, mentre i cigni, con beccate dilanianti, infierivano sui corpi a terra. Deflagrarono tutti gli archi e le lanterne appese, mentre le luminarie pendenti diventarono delle affilatissime spade di Damocle, che decapitavano e sfondavano crani vari ed eventuali, senza scrupolo alcuno. Le principesse intanto portavano morte e distruzione dalla mefistofelica carrozza di Cenerentola, macinando ossa e tendini, mentre si erano svegliate anche le balene, le meduse e le piovre dell’Acquario Fatato; qualche fortunato visitatore, irreversibilmente traumatizzato, riuscì a mettersi in salvo e a tornare a casa propria. Gli angeli si innalzarono ai cieli che erano diventati ormai figli di Satana: misero in moto le stelle, i satelliti e i pianeti di Piazzetta Universo fino a farli cadere e rotolare, per poter avere un distruttivo effetto slavina e scacciare così dalla città anche gli ultimi superstiti.

All’appello mancava, però, ancora l’Altissimo: a lui pensarono gli gnomi, a cavallo dei pavoni, aiutati dai forzutissimi pinguini che riuscirono addirittura a portarsi appresso un pezzo di scogliera, spingendo i massi sulle slitte dei Babbi Natale di cui sopra, che non erano più passati a riprenderle. La allegra masnada raggiunse il Castello, ne sfondò le mura con una catapulta e per l’Altissimo non ci fu più scampo: aveva appena messo il puntale all’abete e fu, senza troppi convenevoli, assassinato con tutta la famiglia a colpi d’ascia. Gli sventurati morirono con l’incredulità negli occhi, perché nessuno di loro si sarebbe mai aspettato di trovar in casa un così variopinto plotone d’esecuzione.

Fuori, invece, continuavano ad aprirsi enormi voragini nell’asfalto, mentre il drago rosso e verde aveva appena finito di mozzare teste come se non ci fosse stato un domani e, in effetti, un domani non ci fu: la città, lastricata di cadaveri, divenne finalmente silenziosa e non restò altro che continuare ad attendere il miracolo della Nascita.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s