Caro Papa Francesco

Caro Papa Francesco,

So che ieri è stato il tuo compleanno e che ti si potevano mandare cose a mezzo posta tradizionale, ma preferisco porgerti un ossequio affidandomi al marasma cibernetico: con i soldi del francobollo mi ci posso accattare un Boero al tabacchino, per cercare finalmente di vincere il caniello di peluche che ho sempre sognato. Oltre a farti i miei migliori auguri e ad implorare l’intercessione per le mie malefatte, tipo le jastemme contro i tassisti che non mi fanno attraversare la strada e i pisaturi che creano intralcio nelle corsie del supermercato, volevo chiederti di parlare con Nostro Signore e di dirgli di farmi stare quieta perché alla fine sono una brava uagliona e di mettere una buona parola un po’ per tutti quanti, ché i tempi non sono dei migliori.

Grazie mille e, già che ci troviamo, Buon Natale e Buon Anno.

Fuck off #3

Questo è il racconto brevissimo di me che faccio tre piani e mezzo di scale a salire e scendere, in entrambi i casi correndo alla Usain Bolt con le buste dell’immondizia in mano e la swagghissima tuta di felpa macchiata di caffè. L’abitudine alle alzate vertiginose dei gradini è consolidata almeno quanto le ansie di natura varia, da quelle accademiche a quelle meramente emotive, il cui fattor comune è quello dell’incapacità di esposizione per il terrore patologico, latente e atavico dell’essere comunque fuoriluogo. I circa sessanta secondi necessari all’operazione sono sempre sufficienti affinché io possa farmi salire tutto il sangue al cervello e dedicare anche una veloce riflessione al paradosso di Zenone di Elea, di Achille e la tartaruga, sentendomi più che mai come Diogene di Sinope, che lo confuta solo mettendosi in moto. Poi arrivo al mio pianerottolo, spingo il cancelletto e riapro la porta dell’appartamento: è così che inizia la fase discendente dell’iperventilazione e metto le buste nuove nelle pattumiere.

Fuck off #2

La sopravvivenza si paga con la finzione, perché va fatto anche ciò che non va di fare, che sia socialmente ammissibile o meno. La solitudine è uno stato mentale, così come lo sono l’atarassia e l’autosufficienza. Non si può scorrazzare nei prati per un’intera esistenza, perché non è questo ciò che la modernità richiede e il poter scegliersi un eremo è quanto di più ambizioso si possa pensare. Vanno mantenute le interrelazioni, perché sono necessarie alla salvezza del proprio io, anche se talvolta si finisce col leccarsi le ferite e trovarsi con la polvere in bocca, per poi tossire e sentirsi rimbombare.