Fuck off #3

Questo è il racconto brevissimo di me che faccio tre piani e mezzo di scale a salire e scendere, in entrambi i casi correndo alla Usain Bolt con le buste dell’immondizia in mano e la swagghissima tuta di felpa macchiata di caffè. L’abitudine alle alzate vertiginose dei gradini è consolidata almeno quanto le ansie di natura varia, da quelle accademiche a quelle meramente emotive, il cui fattor comune è quello dell’incapacità di esposizione per il terrore patologico, latente e atavico dell’essere comunque fuoriluogo. I circa sessanta secondi necessari all’operazione sono sempre sufficienti affinché io possa farmi salire tutto il sangue al cervello e dedicare anche una veloce riflessione al paradosso di Zenone di Elea, di Achille e la tartaruga, sentendomi più che mai come Diogene di Sinope, che lo confuta solo mettendosi in moto. Poi arrivo al mio pianerottolo, spingo il cancelletto e riapro la porta dell’appartamento: è così che inizia la fase discendente dell’iperventilazione e metto le buste nuove nelle pattumiere.

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