Filastrocca delle parole di senso compiuto che finiscono con -esto e differiscono solo per la consonante iniziale

Mi piace intrecciare parole e non saprei realizzare un cesto
Cartesio si chiedette: “Sogno o son desto?”
Sollevando una rognosa dicotomia tra il pensiero e il gesto.
Io non penso più del necessario al tempo che corre lesto
Potrei facilmente sentirmi d’umore mesto
Qui dovrei parlare della notte scrivendo “buio pesto”.
Non è molto difficile, del resto
Provare a infilare versi per rimettersi in sesto
Magari con una parvenza di senso compiuto al testo
Finché non arriva il mattino, mi sveglio e mi vesto.

Leif Erikson

Quando Leif Erikson partì dalla Groenlandia era appena entrato nel basso Medioevo e faceva sempre molto freddo; si era trasferito da poco lì perché il padre aveva ammazzato un uomo e se ne dovettero andare dalla Norvegia. Era figlio di Erik il Rosso ed era diventato cattolico, gli piaceva fare proselitismo almeno quanto andare girando, infatti ogni volta che tornava a casa veniva sgridato perché faceva tardi. Per barare sull’orario, soprattutto quando si doveva ritirare per pranzo, andava a inclinare la mazzarella davanti alla porta e la mamma ogni volta diceva: “Vorrei sapere come mai questa meridiana fa ombra da un lato diverso ogni volta, secondo me sono le galline che smuovono il terreno”.

Correva l’anno Mille e nessuno si preoccupò eccessivamente del Millennium Bug perché non esistevano ancora i dispositivi elettronici. Un giorno, però, il giovane decise di andare a fare una trasferta con gli amici perché aveva comprato una barca nuova da un amico del padre che era andato a trovarli e voleva fare un poco lo spaccone. Naviga che ti naviga, nientemeno riuscirono ad arrivare in Nordamerica: si era portato appresso pure il vecchio proprietario della barca che già aveva seguito quella rotta e gli dava spesso in testa quando si lasciava guidare dall’eccessivo entusiasmo: “Leif, ti ho detto che mi devi stare a sentire, non girare a destra ché sennò torniamo di nuovo indietro”.

Quando finalmente approdarono, avevano fame e cominciarono a pescare. Un membro dell’equipaggio, a metà tra la contentezza e la delusione disse: “Non è possibile, salmoni pure qui”.
“Mangia e stai zitto, che ci volevi trovare, i branzini?” gli rispose Leif. Trovarono anche l’uva e si misero a fare il vino, le terre erano ospitali e cominciarono anche a costruire case, nonostante nessuno di loro sapesse precisamente in quale parte del mondo si trovasse. Il vecchio padrone della barca, Bjarni, a un certo punto rinunciò ad ogni tentativo di spiegare ai compagni dove fossero, perché tanto mangiavano, bevevano e dormivano.

Passò un intero inverno prima che tornassero a casa e altri quattro o cinque secoli prima che Cristoforo Colombo arrivasse nel Nuovo Mondo: non trovò i salmoni, ma gli indigeni e Leif Erikson, oltre alle caravelle, non teneva neppure la bussola.

Parliamo di Donald Trump anche questa volta

Trump tutto sommato tiene ragione; forse, se non avesse fatto tutti i soldi che ha, sarebbe stato considerato socialmente pericoloso esattamente come un qualsiasi viecchio vavuso e rattuso da cui comunemente si sta tiene alla larga. Immaginiamo di star attraversando una strada deserta e scarsamente illuminata a notte fonda e che, all’improvviso, si palesi questa entità chimerica avvolta in una sciarpa di lana a quadri, un trench marrone scuro lungo fino ai piedi, lo scarpino lucido a punta color testa di moro, gli occhi spiritati e ‘sta capa rossa a Picchiarello. Personalmente, uno scenario simile mi farebbe torcere di paura, essendo il candidato alla presidenza USA oggettivamente più brutto e spaventoso dei debiti del Malawi e del Sudan insieme, e sfido chiunque a continuare il cammino senza lasciarsi turbare un minimo. Lo vediamo per computer, per televisione e sui giornali, sappiamo che ruolo ricopre e quale vorrebbe avere e abbiamo imparato a esorcizzare la bestialità di questo essere senza umanità né valore particolare, il cui unico merito è stato quello di comprare un’immagine mediatica di risonanza mondiale e di farla inghiottire al prossimo come uno di quei polpettoni asciutti e indigesti che devi mangiare per forza, sennò pare brutto. Mi piace pensare che, se Trump non avesse avuto neppure una lira, a quest’ora gli davano retta al massimo i parenti che lo dovevano andare a ricogliere di notte nei night club per non fargli frusciare subito subito tutta la pensione.

Tortino al cioccolato

​Maria Elena Boschi non fugge da Matteo Salvini, bensì da se stessa e quando non si trova si cerca in un sogno, perché è dolcemente complicata e sempre più emozionata. Finisce col dire ancora un altro sì e arrivano in un lampo il 4 dicembre, i tortini Ciobar e la scelta difficile degli addobbi di Natale.

“Per me c’è un solo Matteo e costui è Renzi”. Sfonda la crosta del dolcetto, fluisce il cioccolato ed è subito personificazione: “Nessuno mi capisce”.

Disegna i cuori nel piatto strisciando il cucchiaino sul cioccolato, poi fa una P e ancora una D: “Eppure bastava così poco per ritrovarsi”.

La poesia che vorrei scrivere
Non ha metrica
Né rima
Potrebbe esser proprio questa qui

Spedirei una lettera
Che non ha mittente
Né destinatario
Chi mai la leggerà?

La butterei via come l’ennesima sigaretta
Che vola dal balcone
Si fionda sull’asfalto
Senza finire sul lampione

Tradisci un’intenzione
Fai uno sgarbo alla Nazione
Pensi a un critico d’arte
Ed è legittimo anche non aver parte