La neve

Ogni volta in cui mi affacciavo per vedere se nevicasse, mi dicevano che non dovevo stare sempre a guardare, sennò smetteva o non cominciava proprio e dovevo fare uno sforzo immane per non controllare di continuo, anche perché il livello di rischio paccheri era perennemente oltre la soglia. Non appena le temperature scendevano, iniziavo a covare le speranze perché non vedevo l’ora nevicasse sul serio: ero sempre convinta prima o poi sarebbe stato come nei cartoni Disney, che si sarebbe posata a lungo e che magicamente le strade si sarebbero riempite di bucaneve. Pensavo a due cose con grande intensità: alla pubblicità del cioccolato Novi con la seggiovia e al fatto che avrebbero chiuso la scuola. L’unica tarantella che a volte riuscivo a compiere con successo era mettere la zuppiera fuori per fare la granita e, quando ciò accadeva, poi di rado riuscivo a evitare le cazziate per aver fatto scorrere acqua e arance per terra e sparso zucchero dappertutto. Ero certa sarebbe arrivato il giorno in cui ci sarebbero stati pupazzi ovunque e mi stonavo a capire come farne uno, se mettere davvero una carota per fare il naso, a dove reperire dei bottoni sufficientemente grossi senza farmi sgamare se li pigliavo dal barattolo con gli aghi e i fili, ma alla fine non ho mai fatto niente, anche perché ci pensavo a lungo e quando mi svegliavo il giorno dopo non c’era più niente: solo ghiaccio zozzoso per strada che faceva pure vomitare un poco e allora non restava altro che aspettare le quattro/cinque del pomeriggio, mettere su Bim Bum Bam e aspettare la botta di freddo successiva.

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