La vocale

C’era una volta una bambina che si chiamava Palmera, ma i suoi genitori volevano chiamarla Palmira, come la meta del loro viaggio di nozze. L’ufficio anagrafe fu inclemente e un errore di battitura segnò per sempre non soltanto un registro, ma soprattutto una vita, perché alle elementari cominciarono a prenderla perennemente in giro, anche un po’ a causa di quell’aria impacciata che da sempre la contraddistinse: “tonna”, così la chiamavano. Ogni giorno Palmera tornava a casa e piangeva: la mamma le diceva “tesoro mio, non è ‘tonna’, è ‘donna’ e ne ridono perché sei piccola, esattamente come loro”. Palmera, però, non credeva affatto a quelle adorabili parole e questo trauma infantile continuò a tormentarla anche negli anni a venire, quando dalla tenerezza passò all’autolesionismo e cominciò a tagliarsi con un grissino. Lo scoprì la madre, quando la trovò priva di sensi sulle piastrelle del bagno; la raccolse dolcemente dal pavimento, facendo attenzione a non smembrarla. La fece riprendere con un po’ di acqua in faccia e la ripose in una scatola di latta, compattandola con dolcezza: “amore mio, adesso riposa, ma fa’ attenzione a non ferirti con i bordi quando ti sarai svegliata”.

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