#notax

Arrivò il giorno in cui gli italiani scesero in piazza perché c’era la crisi un po’ per tutto: volevano dire NO ma non riuscivano ad avere la consonante giusta da anteporre ad -AX, due lettere che insieme suonavano bene e che sembravano contenere il bacillo di una sensata agitazione collettiva. Provarono con la B e non ottennero nulla; con la C sembrava di dire una parolaccia e non volevano offendere il buongusto, con la D avrebbero fatto delle questioni su un ragazzo ucciso dagli sbirri e volevano deviare un momento da questi argomenti. Pensarono alla F ma capirono che il fax era già in disuso e soprattutto, grazie al redentore, almeno internet era alla portata di tutti. Scartarono la G, la H era muta; il cosmopolitismo non permise di scartare le lettere straniere, ma la J avrebbe richiamato un cantante e la K non avrebbe formato niente di vagamente sensato, esattamente come la L. Con la M sembrava di prendersela con una persona o con una rivista e, tolta di mezzo anche la N, sembrò veramente da stronzi andare a manifestare con lo slogan “NO PAX”. Scartate Q ed R non avrebbe avuto senso neppure fare la guerra al sax e qualcuno urlò un eureka optando subito per la V e lasciando da parte tutto il resto perché fare storie sul decreto per l’obbligo delle vaccinazioni era cosa buona e giusta. Alcuni cominciarono a dissentire perché la scelta della consonante era tutto sommato stata frettolosa ed era chiaramente stata scartata la lettera migliore di tutte: presero i pennarelli e corressero le V in T, chiedendo meno tasse al governo. Molte persone iniziarono a sentirsi spiazzate, perché non capivano da quale lato stare; ci fu un momento di grande panico collettivo perché alcuni, tutto sommato, nemmeno avevano capito cosa fosse questa cosa chiamata “autismo”: fu in quel momento che qualcuno prese un megafono e spiegò che ognuno avrebbe potuto mettersi dove voleva perché, anche se mancava la I ai NO TAX, nella vita l’importante è camminare insieme e riuscire a farsela a piedi in ogni caso.

L’isola delle sirene

Quando Ulisse si avvicinò all’isola delle sirene era già stato legato all’albero maestro della nave. Disse ai compagni: “Uagliu’, mettiamoci pure la cera nelle orecchie perché se le sentiamo cantare queste ci arricettano”. Un membro dell’equipaggio, Perimede, rispose: “Ja’, ma le hai viste? Hanno pure la barba, piuttosto mi andrei a sperdere col Minotauro nel labirinto”. L’esternazione non fu unanimemente condivisa dai suoi compagni, anche perché non vedevano una femmina nemmeno per sbaglio da parecchio tempo e figuriamoci se si mettevano a fare gli schizzinosi. Il canto delle creature, a quel punto si udiva nitidamente e l’equipaggio, che ormai aveva da un pezzo smesso di fare affidamento sull’effetto Doppler, iniziò a imbambolarsi. “Spilateme ‘e recchie”, urlò fortissimo Ulisse, ma Euriloco gli strinse ancor di più i nodi ai polsi e alle caviglie: “Calmati, ché è difficile anche per noi, ci vogliamo menare a mare tutti quanti”. La nave continuò ad avanzare e quel che restava dell’equipaggio riuscì ad indirizzarsi indenne verso lo stretto di Scilla e Cariddi. Le sirene, però, inconsolabilmente oltraggiate per essere state ignorate da Ulisse si suicidarono schiantandosi sulle rocce. Fu solo a quel punto che Perimede sciolse i legacci a Ulisse, gli tolse i tappi e disse, finalmente sollevato: “Queste scuogli erano e ‘ngoppa i scuogli so’ rimaste”.