L’isola delle sirene

Quando Ulisse si avvicinò all’isola delle sirene era già stato legato all’albero maestro della nave. Disse ai compagni: “Uagliu’, mettiamoci pure la cera nelle orecchie perché se le sentiamo cantare queste ci arricettano”. Un membro dell’equipaggio, Perimede, rispose: “Ja’, ma le hai viste? Hanno pure la barba, piuttosto mi andrei a sperdere col Minotauro nel labirinto”. L’esternazione non fu unanimemente condivisa dai suoi compagni, anche perché non vedevano una femmina nemmeno per sbaglio da parecchio tempo e figuriamoci se si mettevano a fare gli schizzinosi. Il canto delle creature, a quel punto si udiva nitidamente e l’equipaggio, che ormai aveva da un pezzo smesso di fare affidamento sull’effetto Doppler, iniziò a imbambolarsi. “Spilateme ‘e recchie”, urlò fortissimo Ulisse, ma Euriloco gli strinse ancor di più i nodi ai polsi e alle caviglie: “Calmati, ché è difficile anche per noi, ci vogliamo menare a mare tutti quanti”. La nave continuò ad avanzare e quel che restava dell’equipaggio riuscì ad indirizzarsi indenne verso lo stretto di Scilla e Cariddi. Le sirene, però, inconsolabilmente oltraggiate per essere state ignorate da Ulisse si suicidarono schiantandosi sulle rocce. Fu solo a quel punto che Perimede sciolse i legacci a Ulisse, gli tolse i tappi e disse, finalmente sollevato: “Queste scuogli erano e ‘ngoppa i scuogli so’ rimaste”.

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