#notax

Arrivò il giorno in cui gli italiani scesero in piazza perché c’era la crisi un po’ per tutto: volevano dire NO ma non riuscivano ad avere la consonante giusta da anteporre ad -AX, due lettere che insieme suonavano bene e che sembravano contenere il bacillo di una sensata agitazione collettiva. Provarono con la B e non ottennero nulla; con la C sembrava di dire una parolaccia e non volevano offendere il buongusto, con la D avrebbero fatto delle questioni su un ragazzo ucciso dagli sbirri e volevano deviare un momento da questi argomenti. Pensarono alla F ma capirono che il fax era già in disuso e soprattutto, grazie al redentore, almeno internet era alla portata di tutti. Scartarono la G, la H era muta; il cosmopolitismo non permise di scartare le lettere straniere, ma la J avrebbe richiamato un cantante e la K non avrebbe formato niente di vagamente sensato, esattamente come la L. Con la M sembrava di prendersela con una persona o con una rivista e, tolta di mezzo anche la N, sembrò veramente da stronzi andare a manifestare con lo slogan “NO PAX”. Scartate Q ed R non avrebbe avuto senso neppure fare la guerra al sax e qualcuno urlò un eureka optando subito per la V e lasciando da parte tutto il resto perché fare storie sul decreto per l’obbligo delle vaccinazioni era cosa buona e giusta. Alcuni cominciarono a dissentire perché la scelta della consonante era tutto sommato stata frettolosa ed era chiaramente stata scartata la lettera migliore di tutte: presero i pennarelli e corressero le V in T, chiedendo meno tasse al governo. Molte persone iniziarono a sentirsi spiazzate, perché non capivano da quale lato stare; ci fu un momento di grande panico collettivo perché alcuni, tutto sommato, nemmeno avevano capito cosa fosse questa cosa chiamata “autismo”: fu in quel momento che qualcuno prese un megafono e spiegò che ognuno avrebbe potuto mettersi dove voleva perché, anche se mancava la I ai NO TAX, nella vita l’importante è camminare insieme e riuscire a farsela a piedi in ogni caso.

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