Buon nuovo 2018

Quando nel millennio scorso gli uomini pensavano al 2018, immaginavano essi stessi come degli alieni senza il problema delle macchine parcheggiate in doppia fila. Avrebbero colonizzato i cieli e spazzato via le galassie, si sarebbero fatti il bagno nella Via Lattea come Poppea e posizionato veicoli astrolabici sulle Twin Towers, che in capa a loro sarebbero state abbattute forse solo a causa di una guerra a fuoco incrociato con i marziani e i venusiani. Ci si figuravano bisnipoti con la capa a uovo e gli occhi rotondi ma anche a mandorla, ché i pesielli di Mendel e le sue teorie sarebbero stati buoni nemmeno per conzare il brodo, perché nel 2018 si sarebbe sicuramente preparato il brodo anche con i pesielli. Mai si sarebbe pensato a feste di fine anno con la loro musica ancora a suonare: i dischi incastonati nelle piastrelle delle piscine in vetrocemento sarebbero stati reperiti all’intrasatta e fatti studiare ai criaturi sui sussidiari virtuali a dissolvenza negli occhialini del futuro e nelle lavagne digitali al plasma. Le maestre avrebbero interrogato gli studenti: “Questo fossile cos’è?” – “È uno scheletro di Seymouria sanjuanensis” – “No, ciuccio, è ‘Total Eclipse of a Heart’ di Bonnie Tyler” e avrebbe così seguito per punizione la traduzione di tutti i brani. Negli anni passati si sono fatti male i conti: nonostante l’effetto serra e i passi da gigante della tecnologia, sono cambiate poche cose e non è dato sapere se per fortuna o purtroppo. Quando il passaggio alla Nuova Era avrà una datazione precisa e segnerà l’anno Mille simbolico nel cuore dell’umanità eletta, suoneranno gli smartphone con la comunicazione criptata che segue, un invito da parte dei messi degli equilibri cosmici a un cambiamento profondo dello spirito:

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Spelacchio, storia di un albero

Quando Spelacchio fu addobbato, gli altri alberi erano già pronti da un pezzo a fargli compagnia: tutti insieme, mossi dal vento, riempirono le strade con dei tappeti di aghi e di foglie. Egli aveva sicuramente un nome molto brutto ma, in compenso, non avrebbe mai saputo almeno due cose: né di chiamarsi Spelacchio, né chi gli avesse gratuitamente dato la condanna. Anche se non era in grado di leggere e scrivere, sapeva reggersi in piedi, abbandonato quasi del tutto al proprio destino. Sebbene i presupposti non fossero dei migliori, l’albero continuava nobilmente ad assurgere al ruolo metaforico che, da molti pennivendoli per prima, gli era stato conferito. Spelacchio era diventato la materializzazione della decadenza politica, in una fase storica in cui l’opposizione tra le parti in gioco altro non era che un concorso di bellezza tra città impacchettate alla bene e meglio, donate per il mese di dicembre ai ligi cittadini in un marasma di luci e musiche di Michael Bublè dalle vetrine. Anche quando pioveva a secchi, Spelacchio continuava nobilmente a stagliarsi con orgoglio, nonostante l’impertinenza della grande stella azzurra, che portava in testa a guisa di corona di spine, gli pesasse sempre più: pieno di palle riflettenti, passava le giornate a ricevere e restituire tutta la miseria che lo avvolgeva. Un giorno, però, qualcuno cominciò a dire che Spelacchio non sarebbe sopravvissuto al miracolo della nascita di Gesù bambino e, anche in quella occasione, l’albero era ignaro del proprio destino. La terribile previsione creò dunque una preoccupazione tanto grande da spingere subito qualcun altro a costruirgli un presepe enorme dinanzi: la Madonna e San Giuseppe erano mastodontici e, affiancati dagli altrettanto grandi bue e asinello, guardavano pieni di premura una culla prima vuota, poi riempita dalla presenza del Divin Bambino al venticinquesimo giorno del mese. Arrivò un nuovo anno e l’indegno Spelacchio, di fronte a tutta quella sacralità, si trovò vergognosamente vestito della sola stella luminosa sul capo, l’unica sua parte ancora visibile: stava per compiersi la fine delle festività e, l’avvicinamento delle statue dei Re Magi alla Natività fu assolutamente guidato da quell’astro splendente. Le feste finirono in men che non si fosse detto e, quando anche l’ultima delle luci fu spenta, la Sacra Famiglia fu smantellata per poter essere ricomposta l’anno seguente, quando di Spelacchio, però, nessuno avrebbe più ricordato niente.