Milano-Cortina

Per l’Italia, finalmente, la prospettiva di ospitare le Olimpiadi invernali del 2026 sembrava essere tangibile: a darne l’annuncio, il presidente del CONI, il cui onomastico cadeva proprio in quel giorno. Giovanni Malagò si fece dunque il segno della croce appena sveglio e si preparò ad affrontare una giornata molto impegnativa, nella speranza quasi fondata di riuscire a fare le scarpe alla Svezia in merito alla questione stessa. Sulla spinta di una grande motivazione trovata in un’estate torrida e impietosa – su una proiezione di ben sette anni lontani dal Tibet – era facile immaginare orde e orde di sciatori in discesa libera, belli come gli slalom di Alberto Tomba in quei ricordi televisivi ormai quasi ancestrali.

Se nessuno voleva più pagare il canone, bastava trovare le parole migliori per abbozzare almeno una forma di sincero entusiasmo collettivo che solo delle fantasie di strisce di pattini sul ghiaccio e scie di slittini per le vallate potevano garantire. In questo compito così difficile, si impegnarono un poco tutti, a cominciare dallo stesso Malagò che, procedendo a passi piccoli ma decisi, disse: “Qualsiasi cosa sorridiamo”. Un pensiero così positivo poteva essere formulato solo pensando a un elemento che fosse realmente rappresentativo della Penisola, come la ingessata mimica facciale di Conte, che a sua volta colse l’occasione per parlare delle Olimpiadi invernali del 2026 come “il sogno di un intero Paese, il nostro Paese”. Si era dimenticato, per un momento, della felicità che raggiunse quando riuscì finalmente a far suonare una tromba da stadio in occasione della vittoria dell’Italia dei mondiali di calcio 2006.

L’uscita migliore restò comunque quella di Mattarella; nonostante sapesse che – con ogni probabilità – avrebbe visto scadere il proprio mandato prima del 2026, ritenne doveroso lanciare un messaggio di speranza e fraternità: “In Italia vi sentirete tutti a casa”, nonostante i tweet di Salvini, i porti chiusi e una nave in mare da 12 giorni.

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