Bis

L’Italia è diventata una Nazione di vecchi rincoglioniti che legittimano tutto passivamente, a patto che si verifichi un periodico imbonimento mediante ringraziamenti alla Madonna e icone sacre varie ed eventuali, con l’apposizione di invocazioni e scritte in Comic Sans. La larga diffusione di queste immagini, come catene di Sant’Antonio, è stata fortemente catalizzata dall’utilizzo massivo della messaggistica istantanea e dei soliti social network: l’uso massificato della tecnologia, più che creare apertura mentale ed emancipazione, ha reso ottusi. Il processo di condensazione in figure strutturate su schemi universalmente riconoscibili, delle forme di pensiero più abiette e retrograde, che anni di scontri di piazza e campagne di sensibilizzazione veicolate in innumerevoli modi sembravano aver definitivamente scongiurato, ha messo in gioco troppe variabili ed è ormai difficilmente controllabile.

Siamo “vecchi” per due ragioni principali:

  1. La popolazione per fasce di età si è distribuita maggiormente in questo senso, negli ultimi decenni. Continuando a scoprire l’acqua calda, si può asserire che il fenomeno è legato un po’ alla blasonata fuga dei cervelli, un po’ alla inclinazione alla scomparsa dello stesso concetto di “numero medio di componenti del nucleo familiare”, poiché tendente all’unità;

  2. Lo stato di rassegnato fatalismo in cui viviamo più o meno consciamente, neanche stessimo alla fin del cammin di nostra vita, fa sì che non abbiamo e non vogliamo cercare risposte opportune a domande mirate a capire in quale mondo viviamo. Siamo così preoccupati dal tirare a campare, che tutto ciò che non rientra nel concetto di effimerità non deve interessarci, poiché perdita di tempo.

In ogni caso, chi si assicura i voti delle classi d’età più alte è sicuramente agevolato nella scelta dei criteri propagandistici da adottare. In cambio di un vantaggio politico su base numerica, ci sono soltanto da assicurare la pensione e un soddisfacente palinsesto televisivo – ma questo lo aveva capito già Berlusconi senza troppe indagini di mercato – con l’impegno di qualche intromissione nel talk show con più audience, proprio mentre si parla dell’ultimo intervento di chirurgia plastica di Patty Pravo o del misterioso Mark Caltagirone. La trasmissione audio-video di compagnia e conforto, i bisogni più avvertiti dopo una certa età, richiede soltanto delle buone capacità attoriali da valorizzare con l’effetto sorpresa. La ricerca di una forma di rassicurazione, di una panacea che ben potesse rispondere a una corale quanto latente sensazione di allarme perenne, è stata da subito affrontata con la solita ricerca del capro espiatorio nello straniero invasore.

Lo snodo è proprio questo, a prescindere dall’età media dell’elettorato: è sbagliato non considerare l’immigrazione come una risorsa e un attivatore sociale, che ben potrebbe rispondere anche a un quasi inarrestabile disequilibrio demografico e a una domanda-risposta di lavoro scoperta “perché qui tutti si laureano e nessuno vuole più svolgere talune mansioni”. A nulla serve ricordare ai più che anche gli italiani lasciavano la patria per cercare fortuna altrove e che il diritto alla libertà di spostamento è quanto di più intoccabile esista, qualsiasi siano le ragioni propulsive. Non passi lo straniero e basta, perché questa è la linea corretta: troppa fatica provare a capire che si tratta di un fenomeno naturale, soprattutto gestito malissimo, che purtroppo ha – in molti momenti – creato i presupposti per l’incentivazione del lavoro nero e sottopagato un po’ in tutti i settori produttivi. Le modalità degli sbarchi, già dall’Albania negli anni ’90 del secolo scorso, hanno sicuramente un carattere di eccezionalità rispetto ai canonici trasferimenti terra-mare-aria: nonostante questo, l’invasione non esiste e si è troppo pigri per cercare dei dati numerici ufficiali e convincersene perché è più facile affidarsi all’uomo forte al potere che deve dimostrare di mantenere la parola data.

Alla guida, adesso, c’è un’autoreferenzialità fatta di teoria e prassi meschine, per le quali la volontà di instaurazione di un culto della persona – fondamentalmente mosso dalla realizzazione del sogno di un singolo: vivere a mille con la voglia di non fare un cazzo – ha trovato l’humus di cui aveva bisogno in un partito inizialmente camaleontico, che si è finalmente rivelato di base fascio-populista. Si sta provando, giorno dopo giorno, a gettare solide basi affinché la stagnazione possa resistere il più a lungo possibile: le problematiche reali vengono sempre più avvertite con distacco, conta solo il sensazionalismo e sembra quasi che per veicolare messaggi positivi bisogni soltanto surfare sulla cresta delle ondate di merda che ogni giorno si alzano e si ritirano ciclicamente a cancellare quelle già passate, come fossero tsunami. È un processo frenetico di costruzione e demolizione, a frequenze sempre più corte: la ricerca del tormentone è il motore di quella tifoseria da stadio che permette di sciorinare a gran voce quelle gravissime posizioni socio-politiche che tanto vanno di moda adesso. Non ci accorgiamo più di niente e non abbiamo il coraggio di ammettere che viviamo in uno stato di cose per il quale non possiamo mai dirci soddisfatti a pieno, poiché troppo impegnati a dimostrare al mondo di sentirsi sereni nell’ordinario. Parallelamente, non prendiamo in considerazione neanche per un momento l’ipotesi di un autoequilibrio collettivo perché siamo così occupati ad inneggiare ai porti chiusi e agli sgomberi delle ultime propaggini di impegno comunitario che forse non ha senso nemmeno sprecare energie nella ricerca dei responsabili, perché l’unica via percorribile per arginare questo scempio è quella dell’azione per contrastarlo.

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